"Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto: trattieni gli artigli e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli misti d'agata e metallo." C. Baudelaire

 

 

La storia di Attila


Attila era un bellissimo gatto europeo. Il suo pelo era morbido e il colore variava  dal nero al grigio, in tutte le sfumature. Gli occhi erano grandi e verdi, attenti a tutto ciò che gli stava intorno, intelligentissimi. Era stato abbandonato una sera d’autunno. Una macchina si era fermata davanti alla chiesa di Gretta; qualcuno aveva aperto la portiera e fulmineamente aveva gettato sul marciapiede  il micio  che impaurito era saltato  sulle scale della chiesa per poi correre in un angolo a rifugiarsi. Non fu difficile fare amicizia con lui. Benché reduce da un abbandono, la sua socievolezza lo accompagnò per tutta la vita.  Nacque subito un legame d’eterna amicizia ed amore. Stretto tra le mie braccia arrivò a casa. Le iniziali lamentele di mia mamma non sortirono grandi effetti e ben presto Attila entrò a far parte della famiglia permanentemente.
Credo che la presenza di un gatto o comunque di un animale domestico sia essenziale per la crescita di un individuo anzi lo aiuti profondamente nei momenti di cambiamento. All’epoca ero un’adolescente alla ricerca di sé stessa, insicura e bisognosa di chiarezza riguardo al  futuro. Per quanto può sembrare assurdo, Attila fu per me di grande aiuto. Nei momenti più grigi, le sue fusa e il suo affetto non mancavano mai. Le feste, quando ritornavo a casa da scuola, mi facevano dimenticare anche qualche brutto voto. All’epoca abitavo in una zona in cui non passavano molte automobili, era una strada privata, per cui Attila si abituò ad uscire. Di mattina trascorreva alcune ore fuori e verso le 14.00 si faceva sempre trovare in fondo alla salita che mi portava a casa. Non so precisamente a che ora si metteva ad aspettarmi, ma ogni giorno lo trovavo lì, seduto sotto un albero. Ritornavamo a casa insieme e dovevo stare attenta a non cadere per quante strusciate alle gambe faceva. Nel pomeriggio si sistemava sulle mie ginocchia mentre studiavo, facendo prima le fusa e poi dormendo fino al tardo pomeriggio. A quell’ora voleva uscire a tutti i costi perché ben presto sarebbe ritornato a casa mio papà e lui doveva aspettarlo, come ogni giorno, in giardino. Non dimenticò mai questi appuntamenti quotidiani, neanche in vecchiaia quando ormai affaticato, prima di tornare a casa doveva fare qualche sosta o ritornava indietro direttamente stretto tra le nostre braccia.
Ben presto ci abituammo a trovare sullo zerbino di casa lucertole e, purtroppo, qualche uccellino. Era un gran cacciatore e voleva farci dono delle sue prede. Benché sconvolti dai cadaveri disseminati davanti la porta di casa, cercavamo di non far trapelare il nostro sgomento e lo riempivamo di complimenti per la sua bravura.
Questa sua socialità e simpatia innata fecero breccia naturalmente anche con i miei amici. Quando venivano a studiare a casa, Attila distribuiva equamente i suoi sonnellini un po’ in grembo a ciascuno, per non creare inutili invidie. Talvolta, se non era ancora tornato, noi ragazzi, prima di studiare, facevamo un giretto per cercarlo. Bastava chiamare: “ Attila! Atti!” per un paio di volte e dal nulla compariva lui! Arrivava anche quando fischiavamo ed è stato l’unico gatto, tra quelli che ho avuto, a rispondere al fischio. Talvolta al telefono i miei amici dopo un po’ chiedevano: ” E’ a casa Attila? ” – “ No, è già uscito ” rispondevo io, e il più delle volte ci mettevamo a ridere perché ormai lo consideravamo  una persona. Una persona con i suoi appuntamenti perché aveva conquistato gli abitanti della zona ed era conosciuto e benvoluto da tutti. Nei suoi giretti giornalieri faceva un sacco di spuntini, tanto che da anziano dovemmo metterlo a dieta e avvertire il vicinato di non rifilargli le sue ghiottonerie, per nessuna ragione neanche se si presentava con gli occhi tristi e con aria da moribondo tipo “ … sto morendo di fame! Aiutatemi! ”. Ne andava della sua salute. Mi ha lasciato quando avevo 25 anni. Ormai con parecchi acciacchi ma sempre con il desiderio di vagabondare, una mattina è uscito e non ha fatto più ritorno. L’abbiamo cercato per settimane ma nessuno l’aveva visto . . . . scomparso nel nulla! Quanto abbiamo sentito la sua mancanza! Quante lacrime . . . . A nulla è valso appendere nel rione i volantini per segnalare la sua scomparsa e chiedere aiuto. Per tanto tempo le ciotole, il grattatoio e i giochi sono rimasti fuori nell’attesa del suo ritorno . . . . Mi conforta la certezza che abbia trascorso una vita felice e la speranza che si sia addormentato per sempre in un luogo a lui caro.

 

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