La storia di Uther
Per lungo tempo ho lavorato presso un istituto di ricerca che aveva sede in un piccolo castello sul mare. Il posto è delizioso anche se in estate le spiagge vicine sono affollate di bagnanti e la strada che porta al mare ha i lati stracolmi di macchine. L’autunno e la primavera sono le stagioni migliori. Il luogo è isolato salvo il personale dell’istituto e una colonia di gatti che con il tempo si faceva sempre più grande fino a quando abbiamo deciso di fare una colletta tra colleghi per sterilizzare le gatte. Ogni tanto però qualcuno abbandonava altri mici e micie, così queste ultime dopo un po’ rimanevano incinte. La primavera del 1989 fu veramente piovosa. Una mattina di fine aprile stavo chiusa in ufficio con la luce accesa. Il cielo era coperto, buio e tempestoso. La Bora sferzava le finestre e sembrava che rovesciasse secchiate d’acqua contro i vetri. Era proprio una giornata da lupi e non vedevo l’ora di tornare a casa. Mentre fantasticavo su una calda tazza di tè, due colleghi entrarono in ufficio bagnati come pulcini.

Uno di loro teneva in mano un fazzoletto che a prima vista sembrava appallottolato. Dentro quel fazzoletto c’era un micino nero tutto bagnato ed infreddolito, con la lingua rosa che fuoriusciva dalle labbra. Aveva ancora gli occhi chiusi per cui doveva avere meno di dieci giorni. La mamma era morta, probabilmente qualcuno l’aveva investita con la macchina.Vicino al corpo della mamma i miei colleghi avevano trovato il micino, solo e bagnato. Nessuno di loro era in grado di occuparsene e cercavano un’anima pia che si prendesse cura di lui, anche se apparentemente sembrava senza speranze. Fu amore a prima vista. In quel periodo della mia vita avevo proprio bisogno di qualcosa che occupasse a 360° la mia mente e il mio cuore. Quel giorno avevo un twin set di lana e così decisi di riscaldare il gattino, avvolgendolo all’interno della giacca. Cercai disperatamente un veterinario che ricevesse nel tardo pomeriggio e dopo un paio di telefonate a vuoto riuscii a trovarne uno. Intanto il gattino si era asciugato e riscaldato. Non miagolava, ma era vivo. Il suo pancino si sollevava regolarmente e la linguetta era rientrata in bocca. Il veterinario quando lo vide non mi diede tante speranze. Il gatto era molto piccolo, aveva ricevuto un morso nella schiena e sicuramente ci sarebbero state delle difficoltà ad alimentarlo. Non mi diedi per vinta e cercai una farmacia che vendesse prodotti per animali. Il traffico era intensissimo a causa del tempo ma per fortuna in micino riposava tranquillamente. Acquistai disinfettante, latte e un minibiberon. Avevo da poco cambiato casa e ricordavo di aver visto negli scatoloni un cestino in vimini, simile a quelli che un tempo i bambini utilizzavano quando frequentavano la scuola materna. Sistemai dentro una copertina e vi deposi il cucciolo. Nel frattempo preparai il latte. Incrociai le dita. Chissà se ce l’avrei fatta?! Fortunatamente il micio era tosto! Si risvegliò subito dopo aver sentito sulle labbra il caldo sapore del latte che piano piano gli avevo fatto gocciolare dal biberon. Con forza si mangiò quanto preparato e poi si riaddormentò. Piano piano gli disinfettai la ferita che fortunatamente guarì in pochi giorni. La notte mi svegliavo per dargli il biberon e ottenni dal mio Direttore l’autorizzazione a portare giornalmente il micio in ufficio per un mese, fino a quando iniziò a mangiare solo pasti solidi. Lo chiamai Uther come il grande condottiero britannico, padre di re Artù. Uther oltre ad avere la fortuna di incontrare me, ebbe inconsapevolmente l’appoggio di una persona che non dimenticherò mai, il migliore direttore del mondo soprattutto dal punto di vista umano: il prof. Mario Specchi. Un’adorabile persona, amante dei gatti e simile a loro in molti aspetti del suo carattere.
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Da quel fantomatico giorno piovoso di tanti anni fa Uther rimase con me per ben 18 anni. Soprannominato Utti, fu un gatto amato da grandi e piccini.
Quando aveva due mesi l’ho dovuto mettere a dieta perché gli era cresciuta una pancia talmente grande che le gambe non lo reggevano. Sembrava un pesce palla.
Era un gatto da riporto. Per farlo divertire gli lanciavamo una pallina di gomma giù dalle scale. Lui correva nel piano di sotto, prendeva la palla e la riportava in un battibaleno. Con questo esercizio è sempre rimasto in forma.
Entrambi i mie figli hanno avuto la fortuna di conoscerlo e vivere una parte della loro vita con lui. Purtroppo a causa di alcuni vicini che odiavano i gatti in generale, un’estate Utti sparì. Eravamo tutti disperati. In cuor mio sentivo che era ancora vivo. La sera Edoardo faceva il giro del vicinato, nella speranza di trovarlo magari nel giardino di qualcuno. Dopo circa 10 giorni, mentre ci trovavamo in orto a bagnare le piante, sentimmo un miagolio in lontananza che riconoscemmo immediatamente. Di corsa gli andammo incontro. Era dimagrito, sporco di fango, con qualche fogliolina tra il pelo. Gli preparammo un super piatto di pappa ma prima Utti si dissetò a lungo. Per fortuna stava bene. Non era ferito. Ci convincemmo che qualcuno l’aveva preso e portato lontano probabilmente per sopprimerlo ma fortunatamente Utti era riuscito a scappare. Senza perdersi d’animo era riuscito a trovare la strada per ritornare a casa. Doveva aver fatto veramente tanta strada perché gli ci vollero alcuni giorni per riprendere le forze.
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All’età di 13 anni gli fu diagnosticata una brutta stomatite che non gli permetteva di mangiare. La veterinaria voleva sopprimerlo! Abbiamo cambiato immediatamente veterinaria e con la nuova ha vissuto dignitosamente ancora altri 5 anni. Nell’ultima parte della sua vita ha diviso amicizia e amore con la nostra vicina di casa Sandra che lo ha accudito con infinito affetto fino agli ultimi istanti della sua vita. Ora riposa sepolto nel nostro giardino vicino all’olivo, nel punto dove amava distendersi e crogiolarsi al sole. Il suo bel musetto appare in una foto che teniamo sopra al pianoforte insieme con tutte quelle di coloro che amiamo.
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